domenica 29 giugno 2008

Più guerra a Kabul, Berlusconi dice «signorsì»


L'Italia ha già 2.600 soldati nel paese sconvolto dai combattimenti. Ora manderà anche i caccia «Tornado» e potrà spostare i militari nelle aree calde. Una mini-escalation proprio mentre il conflitto per l'Alleanza atlantica si fa sempre più duro e si «irachizza». Finora oltre 860 i morti in divisa
Una squadriglia di caccia bombardieri e maggiore disponibilità da parte dei soldati italiani a spostarsi nelle aree calde, quelle dove si combatte davvero. Tanto basta al governo delle destre per giocare la sua partita nell'escalation di guerra che sta sconvolgendo il sud dell'Afghanistan.L'occasione per la formalizzazione del rinnovato impegno bellico berlusconiano è stata fornita da una visita ufficiale del segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, che ieri a Roma ha incontrato il ministro della difesa, Ignazio La Russa, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Con l'esercito impegnato su diversi fronti (Kosovo e Libano soprattutto, oltre all'Afghanistan), Roma non avrebbe potuto offrire truppe supplementari, oltre alle 2.600 già impegnate nelle zone di Kabul ed Herat.Ma ha risposto «signorsì» sia alla richiesta di più flessibilità di movimento sia a quella di inviare altri mezzi. La Russa ha promesso a de Hoop Scheffer il rafforzamento della componente aerea nazionale. Il portavoce del ministro, Luca Salerno, insiste che «non è ancora stato deciso né è importante il tipo di aerei che verranno inviati» ma nei giorni scorsi, a margine di una riunione della Commissione difesa del Senato, La Russa aveva parlato di un numero di cacciabombardieri «Tornado» che «non potrebbe essere superiore a quattro» con «compiti di perlustrazione e non compiti, mai, di bombardamento». Risposta affermativa anche all'altra domanda che veniva dall'Alleanza, quella di una revisione dei «caveat», le limitazioni all'impiego dei soldati italiani della missione multinazionale Isaf (a guida Nato) fuori dalle province occidentali, e a partecipare a operazioni di guerra non classificabili come «azioni di difesa». Ora il governo avrà sei e non più 72 ore per autorizzare i militari a intervenire (su richiesta alleata) in aree al di fuori di Kabul ed Herat. Ed è questa la rassicurazione che ha fatto più piacere alla Nato, tanto che in serata il portavoce dell'Alleanza, James Appathurai, ha dichiarato: «Il segretario generale ha apprezzato la discussione con l'Italia sulla riduzione dei caveat. Sembra che l'Italia stia considerando una riduzione delle restrizioni al movimento delle sue truppe all'interno dell'Afghanistan». Al termine della sua giornata romana è stato lo stesso de Hoop a esprimere «profonda gratitudine» per l'impegno a rivedere i caveat, perché in questo modo «l'Italia ha rafforzato la sicurezza di tutte le forze Nato presenti sul territorio e delle popolazioni locali». Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all'Università statale di Milano e uno dei massimi studiosi italiani dell'Alleanza atlantica spiega così la mossa del governo: «È profondamente cambiato il quadro politico della missione Isaf: con l'annuncio nei giorni scorsi da parte di Francia e Germania che invieranno al fronte rispettivamente altri 800 e 1000 soldati, l'Italia ha dovuto annunciare il suo contributo». «La missione - continua Colombo - sta andando malissimo: la Nato opera con contingenti troppo esigui e si limita a provare a mantenere l'iniziativa e non farsi dettare l'agenda dal nemico». La Nato ha indicato la missione afghana come un test decisivo per il rilancio dell'Alleanza dopo la fine della Guerra fredda. «Inipotizzabile in questo contesto - sostiene Colombo - un ritiro delle truppe. Così come è altamente improbabile la fine della guerriglia». Del resto nelle ultime settimane generali e analisti militari statunitensi e britannici hanno parlato di un impegno di 10-15 anni nel paese asiatico che, conclude il docente, «tradotto in termini pratici vuol dire un impegno a tempo indeterminato». Britannici e canadesi che operano nelle regioni del sud sono sotto pressione per la continua offensiva della guerriglia. Ieri il governo di Londra ha annunciato la morte di altri due soldati, che hanno portato a 108 il numero di caduti dall'inizio del conflitto, alla fine del 2001. Sono 863 le vittime in divisa complessive di una guerra che si sta sempre più irachizzando. È in questo scenario che - dopo la rimozione dei caveat - i soldati italiani potrebbero essere chiamati a intervenire rapidamente in soccorso di alleati impegnati in combattimenti e quindi a partecipare a loro volta a scontri «offensivi», o a compiere operazioni al di fuori delle loro aree di competenza.

di Michelangelo Cocco
il manifesto 27/06/2008

Veleni nascosti


Mentre i media si occupano con insistenza dell'endemica emergenza dei rifiuti urbani a Napoli, continua a crescere il business delle 'ecomafie' gestito dalla criminalità organizzata. Un affare con cifre a nove zeri che sta provocando danni ambientali spaventosi. Non solo rifiuti domestici, dunque, ma rifiuti tossici, spesso di origine industriale e ben piu' pericolosi per la salute dei rifiuti urbani.
Il termine, "ecomafia" coniato da Legambiente , indica, questi settori della criminalità organizzata descritti nel libro 'Gomorra' di Roberto Saviano. Solo ora pero', dopo le dichiarazioni dei primi pentiti, e' entrato ufficialmente nei verbali dei processi contro la criminalitia' organizzata
Le modalità tipiche dell' occultamento dei rifiuti tossici effettuato dalle organizzazioni mafiose in genere sono le seguenti: i camion carichi di rifiuti industriali e tossici, raggiungono nelle ore notturne i luoghi di seppellimento : buche, fosse o cave, che dopo essere riempite, vengono immediatamente coperte. I fanghi di depurazione e i rifiuti industriali liquidi, formalmente destinati a inesistenti impianti di depurazione e riciclaggio, vengono sversati direttamente nei terreni . Spesso vengono usate discariche private e per occultare I veleni vengono coperte da grossi quantitativi di rifiuti domestici.
Nell'area vesuviana le Forze dell'ordine hanno individuato e sequestrato un alto numero di discariche abusive, anche di grosse dimensioni (una di queste presentava un'estensione di ben 4 km quadrati e una profondità di 30 m), utilizzate per smaltire illegalmente sia i rifiuti urbani che quelli tossico nocivi (che richiederebbero, invece, specifici trattamenti, da effettuarsi in adeguati impianti, prima del loro smaltimento). Si tratta, in genere, di discariche illegali realizzate all'interno di ex cave per l'estrazione, altrettanto illegale, di sabbia e inerti. Il meccanismo è quello caratteristico del circuito economico dell'ecomafia: inizia dal controllo sul territorio e sulle attività estrattive e conduce alla trasformazione delle cave in discariche per ogni sorta di rifiuti.
Altri zone dove intensa e' stata l'attivita' delle organizzazioni criminali e' l'area a nord di Napoli compresa tra Villaricca, Quagliano e Giugliano e la provincia di Caserta, zona dove hanno agito clan criminali e industriali desiderosi di liberarsi a bassi costi di scarti industriali. L'inchiesta racconta come questo traffico sia continuato silenziosamente negli ultimi decenni, coperto dall'allarme sull'emergenza rifiuti urbani a Napoli, mostra le discariche private e i luoghi in cui si e' concrentrato e dimostra i danni che ha prodotto alla salute della popolazione di intere aree campane.


di Mario Sanna
rainews24 25/06/2008

Quel bene di lusso chiamato alimento


Compreremo il riso nelle boutiques
di Frei Betto
Chi avrebbe immaginato che avremmo dovuto entrare in un boutique per comprare riso, fagioli, verdure e carne? Perché non ci siamo molto lontani. Il prezzo medio degli alimenti è triplicato negli ultimi dodici mesi.L'anno scorso i signori del mondo hanno investito nell'industria della morte - gli armamenti - 134mila milioni di dollari, il 45% in più di dieci anni fa, secondo l'Istituto internazionale di investigazioni per la pace. I governi hanno investito il 2,5% del Pil mondiale in spese militari. Per ogni abitante del pianeta sono stati destinati 202 dollari per alimentare le bestie dell'Apocalisse di missili, bombe, mine e ordigni nucleari. Riassumendo: secondo la Fao, rispetto alle spese alimentari il valore degli armamenti è più alto di 191 volte.Gli Usa hanno venduto nel 2007 il 45% delle armi nel mondo. Oggi questo mercato è dominato da 41 imprese statunitensi e 34 dell'Europa occidentale. Negli ultimi dieci anni le spese militari Usa sono aumentate del 65%, superando quanto speso nella seconda guerra mondiale. E' il costo degli interventi in Iraq e in Afghanistan.Oltre alla sproporzione brutale tra ciò che si investe in morte (armi) e ciò che spetta alla vita (alimenti), la crisi del petrolio - con il barile sopra i 130 dollari - alza tremendamente il prezzo degli alimenti. Negli ultimi cinquant'anni l'agricoltura si è industrializzata, cosa che ha aumentato del 250% il raccolto mondiale di cereali. Ma ciò non ha comportato che fossero meno cari, o arrivassero alla bocca degli affamati.L'agricoltura ha cominciato a consumare petrolio sotto forma di fertilizzanti (rappresentano un terzo del consumo di energia alla produzione, e sono aumentati del 130% nell'ultimo anno), pesticidi, macchine agricole, sistemi di irrigazione e di trasporto (dai camion che fanno arrivare l'alimento al mercato fino al motorino che consegna le pizze). L'agricoltura industrializzata consuma 50 volte più energia che l'agricoltura tradizionale, perché il 95% di tutti i nostri prodotti alimentari esige l'utilizzo di petrolio. Solo per crescere una vacca e metterla sul mercato si consumano 6 barili, da 158,9 litri ognuno. La salita del petrolio apre un nuovo e vasto mercato per i prodotti agricoli. Prima erano destinati al consumo umano, ora sono impiegati anche per alimentare macchinari e veicoli. Il prezzo del petrolio alza quello degli alimenti solo perché se il valore come combustibile di una merce eccede il suo valore come cibo, sarà trasformato in agrocombustibile. Chi investirà nella produzione di zucchero se con la stessa canna si ottiene più guadagno generando etanolo? Ovvio, lo zucchero non sparirà dagli scaffali del supermercato. Ma sarà offerto come articolo di lusso per poter compensare l'investimento di chi avrà smesso di produrre agrocombustibili.Non si tratta di mettersi contro l'etanolo ma di essere a favore della produzione di alimenti, in modo che siano accessibili allo stipendio medio del brasiliano comune, circa 300 dollari al mese. Nessuno conosce inoltre il lavoro schiavo o semischiavo che domina nelle piantagioni di canna brasiliane, secondo una recente denuncia di Amnesty international. E' urgente che il parlamento approvi la proposta di riforma costituzionale 438/2001 contro il lavoro schiavo. Purtroppo il governo ha appena modificato la misura che non obbliga a iscrivere il lavoratore fino a dopo tre mesi di contratto. Quanti lavoratori saranno condannati a un regime perpetuo - e legale - di lavori trimestrali e senza diritti?Alcune imprese di produzione di etanolo obbligano i loro lavoratori a raccogliere fino a 15 tonnellate di canna al giorno, e non li pagano per ora ma per quantità raccolta. Lo sforzo causa seri problemi alla colonna, crampi, tendiniti e malattie delle vie respiratorie, a causa del polline della canna, deformazioni ai piedi causate dagli scarponi e danni alle corde vocali a furia di tenere il collo storto. Nel raccolto i lavoratori sono inzuppati di sudore per il calore e lo sforzo. Per tagliare una tonnellata di canna servono mille colpi di machete. I salari pagati a produzione sono insufficienti a garantire loro un'alimentazione adeguata, perché nonostante le spese di affitto e di trasporto dai loro luoghi di origine fino all'interno di San Paolo e del Minas, mandano alle loro famiglie una parte di ciò che guadagnano.L'attuale regime di lavoro riduce il tempo di vita utile dei tagliatori a circa 12 anni. nel 1850, in cui il traffico di schiavi era libero e l'offerta di manodopera abbondante, la vita utile di questi lavoratori era tra i 10 e i 12 anni. A partire dalla proibizione di importare negri, il trattamento migliore dispensato agli schiavi allargò la vita utile tra i 15 e i 20 anni.Se il governo federale desidera promuovere la crescita economica e lo sviluppo sostenibile, senza contrapporre questi due traguardi del nostro processo civilizzatorio, deve evitare i mali segnalati, oltre che fare la riforma agraria in modo che si moltiplichino le aree destinate a produrre alimenti, bilanciandole con quelle che oggi sono occupate dagli agrocombustibili.


il manifesto 26/06/2008

Una pista francese per la strage di Ustica


Le dichiarazioni dell'ex presidente Cossiga riaprono l'inchiesta Ma la procura dubita che Parigi sia davvero disposta a collaborare
Ventotto anni dopo la strage di Ustica, si riparte dalla Francia. Potrebbero essere stati infatti dei Mirage appartenenti all'aviazione della Marina francese a provocare, la sera del 27 giugno 1980, l'abbattimento del Dc9 Itavia in volo da Bologna a Palermo. Una tragedia che sarebbe stata l'atto finale di un fallito attentato al leader libico Muhammar Gheddafi e in cui sarebbe rimasto coinvolto l'aereo italiano. Ad essere convinto delle responsabilità di Parigi nella strage è l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che è stato ascoltato dai pubblici ministri Erminio Amelio e Maria Monteleone della procura di Roma che hanno riaperto le indagini sulla strage costata la vita a 81 persone. E ai due magistrati Cossiga ha ripetuto quanto affermato in alcune interviste, vale a dire di aver saputo delle presunte responsabilità francesi dall'ex capo del Sismi Fulvio Martini che avrebbe trasmesso le stesse informazioni anche a Giuliano Amato, all'epoca sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Craxi.Secondo la ricostruzione dell'ex presidente, Parigi avrebbe saputo che il 27 giugno di 28 anni fa Gheddafi avrebbe attraversato il Tirreno a bordo di un aereo, e avrebbe organizzato l'operazione militare per ucciderlo. «La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi videro un aereo (probabilmente di scorta a quello di Gheddafi, ndr) nascondersi dietro il Dc9 per non farsi prendere dai radar». In quell'occasione, ha spiegato ancora Cossiga, sarebbe stato utilizzato un missile a risonanza e non a impatto perché «se fosse stato a impatto non ci sarebbe stato nulla dell'aereo». Amelio e Monteleone hanno ascoltato anche Amato, che però, come in passato, ha ribadito di non essere mai stato a conoscenza delle informazioni di cui parla l'ex presidente.Rimasto in silenzio per anni, Francesco Cossiga ha dunque deciso di rivelare quanto saprebbe sulla strage di Ustica. Una decisione che arriva dopo che, il 10 gennaio del 2007, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal governo italiano contro l'assoluzione dall'accusa di alto tradimento dei generali dell'Aeronautica Lamberto Bartolucci e Franco Ferri, mettendo così la parola fine all'inchiesta sulla strage. Le parole dell'ex presidente potrebbero ora far ripartire le indagini, indirizzandole con decisione verso la Francia. «Servirebbe una nuova rogatoria internazionale», spiega Rosario Priore, il giudice che per nove anni ha indagato sulla strage. «A Parigi bisognerebbe chiedere di nuovo non solo la dislocazione delle sue portaerei quella notte, ma anche di farci sapere chi erano i piloti in volo e dove si trovavano. Ma per far questo - aggiunge il giudice, oggi consigliere della Corte di Cassazione - il governo dovrebbe far sentire pesantemente la sua voce, e non lasciare da soli i magistrati».Non è certo la prima volta che nell'inchiesta spunta un possibile ruolo della Francia. Lo stesso Priore nel 1993 fece una rogatoria per chiedere informazioni sulla posizione delle sue navi la sera della sciagura, ma soprattutto sull'attività della base di Solenzara, in Corsica. Le risposte ricevute furono a dir poco evasive. Anche per questo oggi la procura capitolina sembra scettica nel voler chiedere di nuovo spiegazioni a un Paese che finora ha mostrato poca disponibilità a collaborare. Come ricorda Priore: «Sulle due portaerei, la Foch e la Clemenceau, dissero che si trovavano alla fonda in porta militari, mentre su Solenzara affermarono che la base chiudeva alle 17, quindi i radar non potevano aver registrato nulla di utile».In realtà le cose sarebbero andate in maniera diversa. Almeno per quanto riguarda la base corsa. A contrastare le affermazioni di Parigi ci sono infatti le dichiarazioni rese prima a Priore e successivamente, nel 1988, in commissione Stragi dal generale dei carabinieri Nicolò Bozzo. Non si tratta di una testimonianza qualunque. All'epoca dei fatti Bozzo era infatti il braccio destro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e le sue dichiarazioni sono considerate più che attendibili. A Priore l'ufficiale disse di essersi trovato in vacanza in Corsica insieme al fratello nei giorni a cavallo della strage e di aver alloggiato in un albergo vicinissimo alla base. «Nel pomeriggio (saranno state le 16-16,30) siamo andati a fare il bagno proprio a due passi dalla base e c'era un viavai incredibile di aerei», ricorda Bozzo interrogato dalla commissione.Un'attività frenetica che non smise neanche durante la notte, tanto che il giorno dopo il generale se ne lamentò con la proprietaria dell'albergo. «Anche la signora era mortificata - prosegue Bozzo - e ci ha detto: 'Forse è probabile che li abbiamo chiamati perché è caduto un vostro aereo. Sui giornali c'è qualcosa sulla scomparsa di un aereo e forse hanno partecipato alle ricerche'. Siamo quindi rimasti per una settimana, tranquillamente, perché l'attività volativa terminava verso le ore 15».Dunque alle 17 Solenzara non era chiusa. E del resto, come giustamente fa notare Priore, sarebbe stato davvero molto strano. Quella in Corsica è infatti la base francese situata più a sud, verso il nordafrica, area verso la quale negli anni '80 i francesi avevano tutto l'interesse a tenera alta la sorveglianza. «Spegnerla - dice oggi Priore - significava chiudere gli occhi davanti al nemico».Il 27 giugno, dunque, i francesi erano dunque impegnati in un'esercitazione militare che avrebbe coinvolto anche la base di Solenzara. E quella stessa sera Gheddafi è decollato con una aereo militare da Tripoli diretto in Polonia. Il leader libico è atteso a Varsavia dal generale Jaruzelski per la firma di un importante trattato commerciale che prevede petrolio libico in cambio del grano polacco. Qualcuno, però, lo avverte del pericolo che starebbe correndo. I tracciati radar mostrano chiaramente l'aereo che probabilmente trasporta il leader libico che, partito dalla Libia, all'altezza di Malta torna cambia rotta e torna indietro. Ad avvertire Gheddafi, secondo Cossiga, sarebbe stato l'allora capo del Sismi Santovito. Fu davvero lui? L'inchiesta di Priore ha appurato che il giorno successivo alla strage lo steso Santovito si recò a Parigi. Più certa, invece, la divisione presente all'epoca all'interno dei nostri servizi, con una parte più filo-araba, guidata proprio da Santovito, e una più filo-israeliana. Ed è proprio a Parigi che, 28 anni dopo, potrebbe tornare l'inchiesta su Ustica se la procura di Roma deciderà per la rogatoria. Con la speranza che questa volta qualcuno si decida a parlare.


il manifesto 25/06/2008

Carlo Lania e Sara Menafra

venerdì 27 giugno 2008

BASTA CON SALARI E PENSIONI DA FAME!
Firma la legge di iniziativa popolare

campagna nazionale per il salario minimo intercategoriale e il salario sociale
Al via la raccolta di firme di Sinistra Critica per una Legge di iniziativa popolare per l'introduzione in Italia di un salario minimo di 1300 euro e di un salario sociale di 1000 euro.

Venerdì 27 giugno: giornata nazionale di lancio della campagna

TORINO, ore 13 porta 20 Fiat Mirafiori, con Franco Turigliatto

MILANO, ore 12 al Comune, con Gigi Malabarba

MARGHERA (VE), ore 7 alla Fincantieri

PONTEDERA (PI), ore 13 alla Piaggio

ROMA, ore 12 Call Center Atesia, con Flavia D'Angeli

NAPOLI, ore 19 Piazza San Domenico

BARI, ore 18 Via Buccari