sabato 11 luglio 2009

Sinistra Critica chiede le immediate dimissioni del sindaco Tosi e degli altri condannti per propaganda razzista


E' arrivata ieri la condanna definitiva contro Flavio Tosi, il deputato Matteo Bragantini, il vice presidente della Provincia Luca Coletto, il consigliere comunale e sorella del sindaco Barbara Tosi, l'assessore comunale Enrico Corsi e l'iscritto Maurizio Filippi. Sono stati giudicati colpevoli, in via definitiva, di propoaganda di idee razziste, per aver avviato nel 2001 una campagna contro i sinti veronesi.
Certo non serviva una condanna penale per conoscere il carattere profondamente razzista della Lega Nord. Dal recente pacchetto sicurezza che introduce in Italia elementi gravissimi di discriminazione razziale, alle politiche repressive usate dagli amministratori locali contro chi non corrisponde ad un astratto ed arbitrario modello di cittadino perfetto: silenzioso, bianco, eterosessuale, cattolico, acritico, triste, padano.
La Lega Nord, nella nostra città da anni alleata con l'estrema destra fascista e violenta, legata a sua volta a gruppi organizzati della tifoseria gialloblù, oltre che con l'integralismo cattolico più reazionario, è il partito della doppia morale: da un lato reprimere e criminalizzare il debole, il "diverso", in nome di una legalità e di una sicurezza di comodo che in realtà colpisce i diritti democratici e di cittadinanza; dall'altro giustificare e minimizzarel'illegalità razzista dei propri militanti e dirigenti.
E' inutile che il sindaco Tosi abbia voluto la costituzione di parte civile del Comune nel processo contro gli assassini di Tommasoli e nel processo per l'aggressione di piazza Viviani. Il re è nudo.
Tosi ed i suoi sodali hanno propagandato idee razziste. Ora questa verità, che i fatti dimostrano, la storia racconta ed il movimento ha sempre denunciato e combattuto, è confermata anche dalla magistratura. E' di questo che stiamo parlando e che si deve parlare. Le idee razziste non possono avere cittadinanza in alcun luogo, nemmeno a Verona.
Per questo, unitamente alle altre realtà antifasciste ed antirazziste veronesi, chiediamo le immediate dimissioni del sindaco Tosi e degli altri condannati che ricoprono cariche pubbliche elettive.

SINISTRA CRITICA Verona

(nella foto il sindaco Tosi marcia con i fascisti della Fiamma Tricolore)

giovedì 9 luglio 2009

Non ci lasciamo intimidire dal Governo

Dichiarazione di Flavia D'Angeli (Sinistra Critica)

Dopo gli arresti a scopo intimidatorio degli studenti che hanno manifestato a Torino contro il G8 dell'università, continua la 'repressione preventiva' del Governo verso le mobilitazioni in solidarietà agli arrestati.

Roma, così come l'Aquila per l'imminente G8 dei Capi di Stato, è stata militarizzata: schieramenti di guardia di finanza e polizia hanno represso ogni tentativo di manifestare dissenso per gli assurdi arresti di lunedi 6 e l'opposizione al G8 dell'Aquila.
A Roma sono stati fermati altri 36 attivisti e studenti (trasformandone 8 in arresti) che partecipavano alla mobilitazione nella città blindata per l'arrivo dei grandi della terra. Un chiaro messaggio intimidatorio rivolto ai movimenti dal Governo Berlusconi: non saranno tollerate manifestazioni contro il Summit nè contestazioni alla gestione del post terremoto in Abruzzo.

Un tentativo, quello di Berlusconi, di impedire che il malcontento generale sulla ricostruzione nelle zone terremotate venga a galla e che si unisca alle contestazioni contro un G8 che ha preso in ostaggio la popolazione aquilana, stremata dalle condizioni di vita degli ultimi mesi, che aspetta nelle tende una ricostruzione lenta, segnata da speculazioni e tentativi delle imprese di trarre profitti dalla tragedia. Questo nonostante le vane e risibili promesse del Presidente del Consiglio.
Il Governo sceglie di non ascoltare i cittadini Abruzzesi che chiedono trasparenza e partecipazione nella ricostruzione. Sceglie di non ascoltare gli studenti che manifestano contro un Summit inutile, anzi dannoso, che continuerà a difendere gli interessi dei grandi imprenditori, i profitti e le speculazioni ad ogni prezzo.

Un prezzo che l'Abruzzo ha pagato con 300 morti e migliaia di sfollati, un prezzo che gli studenti pagano con la dismissione dell'università pubblica, che i lavoratori pagano con i licenziamenti e la precarietà, un prezzo che tutti i soggetti sociali pagano anche attraverso la svolta repressiva e militare del Governo
.
E' il prezzo che ci impongono per non ammettere l'inutilità del G8. Un Summit non in grado di rispondere alla crisi del capitalismo e alle ripercussioni che questa crisi politica ed economica provoca nella società.

Noi non siamo disposti a pagare in silenzio per i danni che il capitalismo produce ogni giorno:
come Sinistra Critica siamo presenti nelle mobilitazioni contro il g8 e il 10 luglio al corteo dell'Aquila in solidarietà con i cittadini abruzzesi e contro l'ipocrisia dei 'padroni della terra'.
liberi tutti libere tutte.

lunedì 6 luglio 2009

Per la morte del giovane Aldrovandi poliziotti condannati a tre anni e 6 mesi


I quattro agenti accusati di eccesso colposo nell'omicidio del ragazzo di 18 anni avvenuto nel 2005 a Ferrara

FERRARA - Il tribunale di Ferrara, giudice Francesco Maria Caruso, ha condannato a tre anni e sei mesi i quattro poliziotti accusati di eccesso colposo nell'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni morto il 25 settembre 2005 durante un intervento di polizia. Alla lettura della sentenza i genitori del ragazzo si sono abbracciati piangendo e in aula sono partiti applausi.
Inchiesta e processo hanno visto come parte fondamentale la famiglia Aldrovandi, la mamma Patrizia Moretti e il papà Lino, in prima linea per chiedere la verità, prima con il blog su Kataweb aperto nel gennaio 2006 e diventato uno dei più cliccati in Italia, poi lungo l'inchiesta e il processo, scanditi dalle perizie, dalla raccolta delle testimonianze, dalla ricostruzione faticosa delle cause della morte di Federico.
Il pm Nicola Proto aveva chiesto condanne per tre anni e otto mesi a ciascuno dei quattro agenti. L'accusa è di aver ecceduto nel loro intervento, di non aver raccolto le richieste di aiuto del ragazzo, di aver infierito su di lui in una colluttazione imprudente usando i manganelli che poi si sono rotti. La parte civile, (Gamberini, Del Mercato, Anselmo e Venturi) ha ricostruito sotto quattro angolazioni diverse le difficoltà per raggiungere non la verità ma il processo stesso, sostenendo che la morte di Federico sia addebitabile alla colluttazione con gli agenti (nel corso della quale si ruppero due manganelli) e all'ammanettamento del giovane a pancia in giù con le mani dietro la schiena. Posizione che, secondo i loro consulenti, avrebbe causato un'asfissia posturale. A questa causa va aggiunta la tesi di un cardiopatologo dell'Università di Padova, il professor Thiene, secondo il quale il cuore avrebbe subito un arresto dopo aver ricevuto un colpo violento.
Per la difesa (Pellegrini, Vecchi, Bordoni, Trombini) l'agitazione del ragazzo quella mattina, prima e durante l'intervento di polizia, era dovuta all'effetto di sostanze assunte la notte prima al Link di Bologna con gli amici. Sostanze che lo avrebbe portato a uno scompenso di ossigeno durante la colluttazione. Tutte le difese hanno chiesto l'assoluzione piena degli imputati, che agirono rispettando le regole e il modus operandi previsto per interventi di contenimenti di persone fuori controllo (uso dei manganelli, metodo di ammanettamento e di contenzione o pressione sul corpo). Ancora oggi, tuttavia, nonostante l'intervento di oltre 15 tra i più affermati e riconosciuti esperti italiani (medico-legali, tossicologi, anestesiologi, cardiopatologi) non si è arrivati a chiarire con certezza le cause della morte.

www.repubblica.it 06/07/09

domenica 5 luglio 2009

Inferiori per legge


di Livio Pepino

L'ennesimo «pacchetto» sulla sicurezza è, dunque, legge. Gli ingredienti sono quelli di sempre: nuovi reati, inasprimenti di pena (ovviamente solo per alcuni, come i graffitari destinatari di un trattamento per certi aspetti più grave di quello riservato a corrotti e corruttori), accentramento e gerarchizzazione degli uffici giudiziari (con attribuzione al Tribunale di sorveglianza di Roma del controllo sulla applicazione dell'art. 41 bis) e via elencando sulla strada della costruzione di un «codice dei briganti» contrapposto a quello dei «galantuomini».
Ma questa volta c'è di più. C'è da un lato, l'istituzione delle «ronde» (senza neppure le cautele minime di limitazioni e controlli tesi a impedire la costituzione di associazioni gerarchizzate composte da persone condannate per reati di violenza o per il compimento di atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi) e dall'altro una ulteriore escalation della normativa contro i migranti.
Un decennio di proibizionismo non ha impedito né limitato l'immigrazione. Semplicemente - come era ovvio - ha aumentato a dismisura le situazioni di irregolarità. Il «braccio armato» per fronteggiare (o fingere di fronteggiare) tale situazione è stato, all'inizio, il meccanismo delle espulsioni rafforzato dal trattenimento di una quota di irregolari nei Cpt. Ma anche questo non è bastato, non poteva bastare. Così viene ora messo in campo l'armamentario del diritto penale: non contro il migrante che delinque ma contro il migrante in quanto tale. Con l'introduzione del reato di «immigrazione irregolare», infatti, è il migrante che diventa reato.
Inutile minimizzare con il rilievo che il reato prevede come sanzione la sola ammenda, quasi si trattasse di un semplice proclama. La nuova fattispecie è, infatti, il tassello centrale di un mosaico inquietante. In particolare: a) il reato si aggiunge alla detenzione amministrativa nei Cpt (modificati solo nel nome), confermata e dilatata nel tempo fino a un massimo di sei mesi; b) l'esistenza del reato vale a legittimare, a fronte degli altrimenti evidenti profili di incostituzionalità, la cosiddetta aggravante della irregolarità, introdotta con la legge n. 125/2008, in forza della quale ove un reato sia commesso da uno straniero privo di titolo di soggiorno la pena è aumentata di un terzo (con conseguente significativo aumento del carcere per la sola condizione di "irregolarità"); c) la criminalizzazione dello status di irregolare porta con sé conseguenze gravissime per la vita del migrante privo di titolo di soggiorno, tra cui la assoluta impossibilità di sanare la propria posizione anche in caso di sopravvenienza delle condizioni che astrattamente lo consentirebbero, la sostanziale preclusione all'accesso in concreto ad alcuni servizi pubblici essenziali (anche in tema di sanità) dato l'obbligo di denuncia gravante sul pubblico ufficiale che tali servizi deve rendere, l'impossibilità di contrarre matrimonio e, addirittura, di riconoscere i figli essendo richiesta, per il compimento di tali atti, l'esibizione all'ufficio dello stato civile del titolo di soggiorno.
Dunque, non solo reato di immigrazione clandestina ma sistema teso a realizzare una condizione permanente di inferiorità del migrante irregolare: considerato ad ogni effetto «un delinquente», assoggettabile ad libitum a detenzione amministrativa per mesi, privato della possibilità di regolarizzare la propria posizione, espropriato di alcuni diritti fondamentali (che, come tali, competono a tutti e non ai soli cittadini). Così si porta a compimento il disegno di considerare il migrante un nemico da cacciare e, ove ciò non sia possibile (sappiamo tutti - e il governo per primo - che l'immigrazione non si cancella con le espulsioni...), un cittadino inferiore, titolare di diritti dimezzati. Inutile dire che entrambi i profili hanno ricadute drammatiche sul sistema complessivo. Anzitutto, considerare il migrante come nemico ha un effetto devastante, descritto in maniera icastica da Primo Levi in «Se questo è un uomo»: «a molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ogni straniero è nemico. Quando questo avviene, allora, al termine della catena sta il lager...». In secondo luogo, la inferiorizzazione del migrante comporta una grave torsione del sistema democratico e delle regole della convivenza. La modernità ha come segno caratterizzante, nel diritto, l'uguaglianza dei cittadini mentre la nuova condizione giuridica dello straniero ci riporta a situazioni premoderne caratterizzate da un doppio livello di cittadinanza, come quella dell'antica Atene in cui la piena partecipazione dei cittadini era assicurata dalla mancanza di diritti dei meteci.
Se così è non basta considerare l'approvazione della legge una semplice battaglia perduta.

il manifesto 04/07/09

Oltraggio al diritto


di Giuseppe Di Lello

Non molto tempo fa, nel corso di una cerimonia pubblica, il ministro dell'interno aveva esaltato l'efficienza della repressione poliziesca sottolineando, con la consueta finezza leghista, anche la felice coincidenza di cognomi appropriati alla fase: «maroni» per gli attributi macisti del titolare del dicastero e «manganelli» per l'armamentario operativo del capo della polizia. Mancava però un valido sostegno normativo per riaprire anche il fronte della repressione giudiziaria e così, per coordinare con più efficacia il tutto, con il nuovo pacchetto sicurezza è stato reintrodotto anche il reato di oltraggio a un pubblico ufficiale, già previsto dall'art. 341 codice penale e abrogato dal Parlamento con la legge n. 205 del 1999: una abrogazione dettata dal principio di uguaglianza costituzionale al fine di non discriminare chi ingiuriava un pubblico ufficiale (imponendogli una pena più grave) da chi ingiuriava una persona qualsiasi.
Non c'è dubbio che l'aria è cambiata notevolmente, e in peggio, e che le forze dell'ordine si arrogano poteri abnormi, a volte con il supporto di normative usate per fini che esulano da quelli per i quali erano state pensate e a volte senza nessuna base legale. Esempi non mancano. Basta pensare (senza parlare della bestiale repressione del G8 di Genova) alla disinvoltura con la quale sono state dichiarate «di interesse militare» tutte le aree destinate alle discariche di rifiuti o interessate da movimenti popolari di resistenza alle tante «no Tav» o «Dal Molin», o perfino alla blindatura dei campi di raccolta dei terremotati abruzzesi: un escamotage per una repressione svincolata da ogni controllo.
Ormai le forze dell'ordine possono vietare qualsiasi comportamento o dimostrazione di dissenso verso il governo e il suo capo al di fuori di qualsiasi motivazione legale. A Palermo, per esempio, durante le manifestazioni per la commemorazione di Falcone, è stato fatto ammainare lo storico striscione dei Cobas con il «grazie» della mafia per la fine della scuola pubblica e i «responsabili» di tanto affronto sono stati denunciati per manifestazione non autorizzata all'interno di quella stessa manifestazione commemorativa! Sempre restando a Palermo, il questore ha inflitto l'ammonizione orale - primo passo per l'applicazione di ulteriori misure di prevenzione prevalentemente antimafia - a Pietro Milazzo, sindacalista della Cgil e reo di essere attivo nei movimenti di occupazione dei senza casa. Del resto è tutta qui la filosofia del pacchetto sicurezza che, dalla reintroduzione del reato di oltraggio alla cancellazione di qualsiasi diritto per gli immigrati, vuole imporre comunque il suo «ordine». Ce n'è abbastanza per essere preoccupati e per vedere in tutto ciò una restaurazione più fascista che scelbiana, data la marcata impronta razzista del provvedimento e una ulteriore tendenza a reprimere le persone per quello che sono e non per quello che fanno: una strategia preventiva oggi ancor più «necessaria» per il governo di centrodestra data la tremenda crisi sociale in cui siamo immersi.

il manifesto 04/07/09