
L'Italia ha già 2.600 soldati nel paese sconvolto dai combattimenti. Ora manderà anche i caccia «Tornado» e potrà spostare i militari nelle aree calde. Una mini-escalation proprio mentre il conflitto per l'Alleanza atlantica si fa sempre più duro e si «irachizza». Finora oltre 860 i morti in divisa
Una squadriglia di caccia bombardieri e maggiore disponibilità da parte dei soldati italiani a spostarsi nelle aree calde, quelle dove si combatte davvero. Tanto basta al governo delle destre per giocare la sua partita nell'escalation di guerra che sta sconvolgendo il sud dell'Afghanistan.L'occasione per la formalizzazione del rinnovato impegno bellico berlusconiano è stata fornita da una visita ufficiale del segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, che ieri a Roma ha incontrato il ministro della difesa, Ignazio La Russa, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Con l'esercito impegnato su diversi fronti (Kosovo e Libano soprattutto, oltre all'Afghanistan), Roma non avrebbe potuto offrire truppe supplementari, oltre alle 2.600 già impegnate nelle zone di Kabul ed Herat.Ma ha risposto «signorsì» sia alla richiesta di più flessibilità di movimento sia a quella di inviare altri mezzi. La Russa ha promesso a de Hoop Scheffer il rafforzamento della componente aerea nazionale. Il portavoce del ministro, Luca Salerno, insiste che «non è ancora stato deciso né è importante il tipo di aerei che verranno inviati» ma nei giorni scorsi, a margine di una riunione della Commissione difesa del Senato, La Russa aveva parlato di un numero di cacciabombardieri «Tornado» che «non potrebbe essere superiore a quattro» con «compiti di perlustrazione e non compiti, mai, di bombardamento». Risposta affermativa anche all'altra domanda che veniva dall'Alleanza, quella di una revisione dei «caveat», le limitazioni all'impiego dei soldati italiani della missione multinazionale Isaf (a guida Nato) fuori dalle province occidentali, e a partecipare a operazioni di guerra non classificabili come «azioni di difesa». Ora il governo avrà sei e non più 72 ore per autorizzare i militari a intervenire (su richiesta alleata) in aree al di fuori di Kabul ed Herat. Ed è questa la rassicurazione che ha fatto più piacere alla Nato, tanto che in serata il portavoce dell'Alleanza, James Appathurai, ha dichiarato: «Il segretario generale ha apprezzato la discussione con l'Italia sulla riduzione dei caveat. Sembra che l'Italia stia considerando una riduzione delle restrizioni al movimento delle sue truppe all'interno dell'Afghanistan». Al termine della sua giornata romana è stato lo stesso de Hoop a esprimere «profonda gratitudine» per l'impegno a rivedere i caveat, perché in questo modo «l'Italia ha rafforzato la sicurezza di tutte le forze Nato presenti sul territorio e delle popolazioni locali». Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all'Università statale di Milano e uno dei massimi studiosi italiani dell'Alleanza atlantica spiega così la mossa del governo: «È profondamente cambiato il quadro politico della missione Isaf: con l'annuncio nei giorni scorsi da parte di Francia e Germania che invieranno al fronte rispettivamente altri 800 e 1000 soldati, l'Italia ha dovuto annunciare il suo contributo». «La missione - continua Colombo - sta andando malissimo: la Nato opera con contingenti troppo esigui e si limita a provare a mantenere l'iniziativa e non farsi dettare l'agenda dal nemico». La Nato ha indicato la missione afghana come un test decisivo per il rilancio dell'Alleanza dopo la fine della Guerra fredda. «Inipotizzabile in questo contesto - sostiene Colombo - un ritiro delle truppe. Così come è altamente improbabile la fine della guerriglia». Del resto nelle ultime settimane generali e analisti militari statunitensi e britannici hanno parlato di un impegno di 10-15 anni nel paese asiatico che, conclude il docente, «tradotto in termini pratici vuol dire un impegno a tempo indeterminato». Britannici e canadesi che operano nelle regioni del sud sono sotto pressione per la continua offensiva della guerriglia. Ieri il governo di Londra ha annunciato la morte di altri due soldati, che hanno portato a 108 il numero di caduti dall'inizio del conflitto, alla fine del 2001. Sono 863 le vittime in divisa complessive di una guerra che si sta sempre più irachizzando. È in questo scenario che - dopo la rimozione dei caveat - i soldati italiani potrebbero essere chiamati a intervenire rapidamente in soccorso di alleati impegnati in combattimenti e quindi a partecipare a loro volta a scontri «offensivi», o a compiere operazioni al di fuori delle loro aree di competenza.
Una squadriglia di caccia bombardieri e maggiore disponibilità da parte dei soldati italiani a spostarsi nelle aree calde, quelle dove si combatte davvero. Tanto basta al governo delle destre per giocare la sua partita nell'escalation di guerra che sta sconvolgendo il sud dell'Afghanistan.L'occasione per la formalizzazione del rinnovato impegno bellico berlusconiano è stata fornita da una visita ufficiale del segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, che ieri a Roma ha incontrato il ministro della difesa, Ignazio La Russa, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Con l'esercito impegnato su diversi fronti (Kosovo e Libano soprattutto, oltre all'Afghanistan), Roma non avrebbe potuto offrire truppe supplementari, oltre alle 2.600 già impegnate nelle zone di Kabul ed Herat.Ma ha risposto «signorsì» sia alla richiesta di più flessibilità di movimento sia a quella di inviare altri mezzi. La Russa ha promesso a de Hoop Scheffer il rafforzamento della componente aerea nazionale. Il portavoce del ministro, Luca Salerno, insiste che «non è ancora stato deciso né è importante il tipo di aerei che verranno inviati» ma nei giorni scorsi, a margine di una riunione della Commissione difesa del Senato, La Russa aveva parlato di un numero di cacciabombardieri «Tornado» che «non potrebbe essere superiore a quattro» con «compiti di perlustrazione e non compiti, mai, di bombardamento». Risposta affermativa anche all'altra domanda che veniva dall'Alleanza, quella di una revisione dei «caveat», le limitazioni all'impiego dei soldati italiani della missione multinazionale Isaf (a guida Nato) fuori dalle province occidentali, e a partecipare a operazioni di guerra non classificabili come «azioni di difesa». Ora il governo avrà sei e non più 72 ore per autorizzare i militari a intervenire (su richiesta alleata) in aree al di fuori di Kabul ed Herat. Ed è questa la rassicurazione che ha fatto più piacere alla Nato, tanto che in serata il portavoce dell'Alleanza, James Appathurai, ha dichiarato: «Il segretario generale ha apprezzato la discussione con l'Italia sulla riduzione dei caveat. Sembra che l'Italia stia considerando una riduzione delle restrizioni al movimento delle sue truppe all'interno dell'Afghanistan». Al termine della sua giornata romana è stato lo stesso de Hoop a esprimere «profonda gratitudine» per l'impegno a rivedere i caveat, perché in questo modo «l'Italia ha rafforzato la sicurezza di tutte le forze Nato presenti sul territorio e delle popolazioni locali». Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all'Università statale di Milano e uno dei massimi studiosi italiani dell'Alleanza atlantica spiega così la mossa del governo: «È profondamente cambiato il quadro politico della missione Isaf: con l'annuncio nei giorni scorsi da parte di Francia e Germania che invieranno al fronte rispettivamente altri 800 e 1000 soldati, l'Italia ha dovuto annunciare il suo contributo». «La missione - continua Colombo - sta andando malissimo: la Nato opera con contingenti troppo esigui e si limita a provare a mantenere l'iniziativa e non farsi dettare l'agenda dal nemico». La Nato ha indicato la missione afghana come un test decisivo per il rilancio dell'Alleanza dopo la fine della Guerra fredda. «Inipotizzabile in questo contesto - sostiene Colombo - un ritiro delle truppe. Così come è altamente improbabile la fine della guerriglia». Del resto nelle ultime settimane generali e analisti militari statunitensi e britannici hanno parlato di un impegno di 10-15 anni nel paese asiatico che, conclude il docente, «tradotto in termini pratici vuol dire un impegno a tempo indeterminato». Britannici e canadesi che operano nelle regioni del sud sono sotto pressione per la continua offensiva della guerriglia. Ieri il governo di Londra ha annunciato la morte di altri due soldati, che hanno portato a 108 il numero di caduti dall'inizio del conflitto, alla fine del 2001. Sono 863 le vittime in divisa complessive di una guerra che si sta sempre più irachizzando. È in questo scenario che - dopo la rimozione dei caveat - i soldati italiani potrebbero essere chiamati a intervenire rapidamente in soccorso di alleati impegnati in combattimenti e quindi a partecipare a loro volta a scontri «offensivi», o a compiere operazioni al di fuori delle loro aree di competenza.
di Michelangelo Cocco
il manifesto 27/06/2008




