sabato 21 novembre 2009

In gita a Fort Benning, Georgia, Stati Uniti


La Escuela de las Américas (School of Americas, Soa), Fort Benning, Georgia, oggi conosciuta come Istituto di cooperazione e sicurezza dell'emisfero occidentale (Whinsec), continua a essere un centro militare dove si insegna il concetto di nemico interno, oggi espresso e nascosto nella supposta lotta al terrorismo e al narcotraffico, sostenuta dagli Usa a livello mondiale. E si tratta di casi piuttosto eloquenti della dottrina e della filosofia militare che l'Esercito degli Stati Uniti va insegnando da decenni al resto dei militari delle Americhe.


Risale al 2000 il tentativo del Pentagono di confondere le acque, pressato dall'opinione pubblica nazionale e internazionale, scossa dai pacifisti e dai manifestanti che ne denunciavano usi e costumi: la chiuse per qualche tempo e la riaprì con un nome tutto nuovo, appunto. Ma le Ong e i movimenti sociali non si sono lasciati trarre in inganno convinti che il cambiamento fosse solo di facciata. E così fu: nel 2001, l'istituto è ricomparso nel medesimo luogo, con i medesimi istruttori e con gli stessi identici obiettivi: indottrinare i soldati dell'America Latina e manipolarli al fine di controllare il suo cortile di casa.

Ma la storia sinistra di tanti abusi e soprusi resta a parlare, resta a denunciare, resta, per non dimenticare. E in nome dei tanti morti ammazzati, torturati, fatti sparire, di famiglie sventrate e leggi, umane e divine, violate, il movimento ne pretende la chiusura. Non smette. La chiede da anni. Ogni anno, ogni giorno.
Mai nessuno degli uomini di Fort Benning, pur incastrati dai fatti, ha risposto dei crimini commessi. Crimini appresi, passo passo, sugli allucinanti manuali distribuiti agli studenti. E lo ammette persino la Casa Bianca, che nel 1996 ha pubblicamente fatto ammenda.

Las Americas ha forgiato golpisti e torturatori, assassini e paramilitari, tutti indistintamente marionette nelle mani del Pentagono. Tanti, troppi, i colpi di stato, tentati o riusciti, degli studenti modello della Georgia. Senza andare troppo in là: il tentato golpe in Venezuela nel 2002, e l'ulltimo riuscitissimo del giugno scorso in Honduras.

Queste le ragioni di un movimento tanto vasto e organizzato che ne chiede la chiusura: dalla Terra del fuoco al Centroamerica, senza soluzione di continuità. Perché come se niente fosse, molti governi continuano a inviano reclute in Georgia, anche se, merito del nuovo vento che soffia sul continente, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Argentina e Nicaragua hanno già chiuso ogni rapporto. Ma resta il Cile, per esempio: duecentodieci uomini nel solo 2008. E che dire della Colombia che, non stupirà, detiene il record indiscusso degli addestrati a Fort Benning. La maggioranza dei colombiani in mimetica hanno avuto a che fare con addestramenti Usa. Fuori o dentro casa. Perché in questo caso sarebbe comunque insufficiente chiudere Las Americas, per evitare che gli ormai famigerati metodi impartiti in Gerogia arrivino a contaminare l'esercito colombiano. La Colombia di Uribe ha una Las Americas in ogni dove, in ogni angolo caldo del conflitto interno. E quei ragazzi armati fino ai denti che si "sacrificano per la patria" ne vanno pure fieri. Tra i soldati incontrati durante il viaggio nel Caquetà, nel cuore dell'Amazzonia colombiana, persino la potente lozione repellente contro le devastanti zanzare era targata "3M Company, Saint Paul, Minnesota". E perlomeno, la creazione di altre sette basi Usa in Colombia, non farà che ufficializzarla questa dilagante colonizzazione, portandola alla luce del sole e legittimando gli attacchi diplomatici incrociati degli Stati vicini. Non tutto il male vien per nuocere.

Casi disperati a parte dunque, la chiusura di Las Americas gioverebbe comunque ai più, per questo si protesta anche quest'anno, come ogni novembre ormai da anni.

A coordinare il tutto, chi se non Soaw, ossia lo School of Americas Watch, l'osservatorio permanente sui crimini commessi dall'istituzione militare statunitense, fondato da un prete dei missionari di Maryknoll, Roy Bourgeois, ormai personaggio mitico per tutto il movimento in difesa dei diritti umani. Missionario in Bolivia, è stato testimone degli effetti dell'addestramento alla Scuola delle Americhe, lanciando l'allarme negli Stati Uniti sulle tecniche di tortura insegnate. In quel periodo l'obiettivo era terrorizzare i contadini centroamericani in lotta per la difesa dei propri diritti; una sorta di guerra contro l'umanità che gli Usa hanno finanziato e che ha mantenuto al potere molti dittatori. Da allora la voce di padre Roy non si è mai spenta, anzi. Appoggiato inizialmente da una manciata di persone, i suoi raduni anti Soa sono arrivati a contare più di 15.000 dimostranti ogni anno. "Grazie a lui - per usare le parole di Joan Chittister pubblicate su Adista - la pressione pubblica per un cambiamento nelle politiche Usa alla Scuola delle Americhe è diventata, negli ultimi vent'anni, uno dei momenti più gloriosi tanto degli Stati Uniti quanto della Chiesa.

I primi mesi di quest'anno, la novità Obama negli States, almeno sulla carta sembrava preannunciare un movimento anti Soa meno accanito, più sopito. I proclami presidenziali erano lontani dai bushismi, e magari c'era chi pensava alla possibilità di un dialogo più mediato e magari più fruttuoso. E invece, di contro, è arrivata, doccia fredda, il golpe in Honduras. E la protesta si è riaccesa, è cresciuta, è dilagata. Ci risiamo. Di nuovo, quel colpo di stato in Centroamerica è stato pensato, preparato, provato nella Scuola delle Americhe. Un golpe che è andato di pari passo all'aumento incontrastato delle basi militari Usa in Colombia. E che chiudono il quadro sulla politica che ci sta dietro: riappropriarsi del cortile di casa, a tutti i costi. Quindi, ancora una volta, tutti a Fort Benning per una veglia e per orchestrare atti di disobbedienza civile per denunciare "l'infame Esculea e predentendere un cambiamento di politica degli Usa nei confronti dell'America Latina - spiegano gli organizzatori - E quest'anno si è chiamati a ricordare anche il ventesimo anniversario del massacro dei gesuiti in Salvador da parte degli studenti modello della Soa, nonché a commemorare le migliaia di vittime dei nostri popoli per mano di quei militari made in Usa".

E in Georgia voleranno sopravvissuti alle torture, attivisti, come Bertha Oliva, Coordinatrice del Comitato dei familiari dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh), difensori dei diritti umani in Colombia, tutti per partecipare, compartire, agire, far grande la mobilitazione. Quest'anno più che mai. È appunto una fase cruciale, questa. Perché Obama ha promesso, e ancora non mantenuto. Perché si deve farlo riflettere, rimuginare, decidere. "La Escuela deve chiudere", ripetono.
E poi, qualcosa si è mosso. Poche settimane fa, un Comitato congiunto del Congresso degli Usa si sono accordati per includere nella legge di Autorizzazione della Difesa, una clausola che obbliga il Pentagono a rendere pubblici i nomi dei diplomati alla Scuola. Archivi che erano diventati segreto militare proprio per proteggeri quei volti, molti dei quali noti a tanti, troppi popoli oppressi nelle Americhe.

Stella Spinelli

www.peacereporter.net

Italia: 30 morti sospette in carcere


Spesso i suicidi dei detenuti nascondono episodi di violenza
Dal 2000 ad oggi sono morti in carcere 1.537 carcerati, di questi ben 547 si sarebbero tolti la vita. Secondo gli ultimi dati nel 2009 sono venuti a mancare 154 prigionieri, di cui 63 per suicidio. Questo significa che il tasso di suicidi ogni dieci mila detenuti è di 12,20. A fornire i dati è il dossier “Morire di carcere”, redatto da Ristretti Orizzonti, il giornale dalla Casa di Reclusione di Padova e dall'Istituto di Pena Femminile della Giudecca che dal 1998 cerca di dare voce ai detenuti e ai loro problemi.

Non tutti i suicidi, però, sono stati catalogati come tali. Sempre secondo Ristretti Orizzonti, che ha raccolto le denunce e le testimonianze di molti familiari, dal 2002 fino ad oggi ci sono almeno trenta casi di morti sospette sulle quali sarebbe necessario indagare in maniera più approfondita. Si tratta, ad esempio, di Stefano Guidotti, 32 anni, che si sarebbe ucciso nel carcere di Rebibbia, a Roma, il primo marzo del 2002. Detenuto per associazione mafiosa ed estorsione, Guidotti è stato trovato impiccato alle sbarre del bagno, ma le escoriazioni presenti sul viso, le macchie di sangue rinvenute sul pavimento e il materiale utilizzato per realizzare il cappio hanno insospettito i familiari e i carabinieri che si sono occupati delle indagini. Sempre nel 2002 nel carcere di Bari ad “uccidersi” è Gianluca Frani, 31 anni, paraplegico. “Come può una persona su una carrozzina - si chiedono i parenti – riuscire ad impiccarsi al tubo dello scarico del water senza che nessuno si accorga di nulla?”. Domanda alla quale ancora oggi non è stata data alcuna risposta.

Così come alla morte di Marcello Lonzi avvenuta il primo ottobre del 2003 nel penitenziario di Livorno. Il giovane, di soli 29 anni, sarebbe deceduto a causa di un infarto, dopo aver battuto la testa. Ricostruzione che non convince in alcun modo la famiglia di Lonzi che da subito ha parlato di omicidio, visto che il corpo del ragazzo era coperto di lividi. Ma in carcere c'è anche chi si lascia andare, perché incapace di resistere e sopportare la violenza che quotidianamente si respira nei penitenziari. E' il caso dell'albanese Sotaj Satoj, 40 anni, morto nel reparto di Rianimazione dell'Ospedale di Lecce. Gli agenti hanno piantonato il cadavere per ore, senza nemmeno accorgersi della morte dell'uomo, pensavano si trattasse di un estremo escamotage per fuggire. Satoj era arrivato in Italia su un gommone al bordo del quale era stata trovata della droga. Accusato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, l'albanese aveva sempre dichiarato la propria innocenza e aveva scelto di mettere in atto lo sciopero della fame come estrema prova di non colpevolezza. Dopo tre mesi di mancata alimentazione, Satoj è morto senza che sul suo caso sia stata fatta chiarezza. E nel 2007 nel carcere di Monza a perdere la vita è stato Gianluca Concetti, 40 anni. In preda ad una crisi psicotica, il detenuto ha allegato la sua cella ed è scivolato sbattendo la testa. Secondo i medici, a causa della sua fragilità psichica, Concetti non poteva neppure essere rinchiuso in una prigione.

E anche sul versante femminile la situazione non sembra migliore. Almeno quattro donne, Maria Laurence Savy, Francesca Caponetto, Emanuela Fozzi e Katiuscia Favero, sono morte per cause da accertare. Ennesime vittime di un'organizzazione che necessita quanto prima di una riforma che ripensi il sistema carcerario nel suo insieme.

di Benedetta Guerriero

www.peacereporter.net

venerdì 20 novembre 2009

TDOR Verona


Circolo Pink Verona
5 città per il T-DOR, Bologna_Napoli_ Torino_Verona_Viareggio

VENERDI 20 NOVEMBRE 2009 - Ore 18.00
TDOR - Transgender Day of Remembrance

Il CIRCOLO PINK vi invita venerdi 20 Novembre alla giornata che ricorda in tutto il mondo alle persone transessuali uccise.
Le celebrazioni 2009 avranno un valore particolare a causa della crescente
violenza trans fobica che si è diffusa nel paese e del pesante clima politico e culturale che si è creato specialmente
dopo il no alla legge contro le discriminazioni e dopo che da questa è stato tolto ogni riferimento alle persone transessuali.
Per questo invitiamo tutte e tutti ad esserci vicini, a sostenere le nostre istanze per poter
cancellare dalla storia la violenza trans fobica.
ore 18.00/20.00> appuntamento in Piazzetta Scalette Rubiani con performance
e reading di testimonianze in memoria delle persone transessuali vittime di violenze
nel mondo. “SIC TRANSIT” a cura di Traghetto Mangiamerda e il teatro dei Bruscansi

20 novembre TDOR


Decennale del Transgender Day of Rememberance, ricorrenza mondiale della comunità LGBTIQ contro la transfobia

Nella sera di Giovedi il gruppo LGBITIQ di Sinistra critica ha attaccato striscioni in punti ben visibili della Roma nera di Alemanno per commemorare le vittime di omo e trans-fobia, in una città sempre meno sicura per transessuali, omosessuali, lesbiche e migranti.


Oggi 20 novembre ricorre il decennale del Transgender Day of Rememberance, ricorrenza della comunità LGBTIQ di tutto il mondo per commemorare le vittime della transfobia. In questo periodo i soggetti trans sono al centro di un grande interesse mediatico tra lo scandalo per il “vizietto” del Presidente della Regione Lazio, Marrazzo, e l’ingresso di un trans FTM nel baraccone televisivo. Un risalto mediatico, che veicola una visione completamente stereotipata a base di cocaina, notti brave e cospicui assegni, omettendo la violenza che i soggetti trans subiscono quotidianamente. Non quella violenza fisica di cui si legge sporadicamente sui giornali (nei quali ovviamente non si fa alcuna attenzione al linguaggio utilizzando l’articolo maschile per le trans MTF), ma quella violenza silenziosa perpetrata da un sistema che non fornisce alcun riconoscimento ai soggetti trans. Persone completamente escluse dal mondo del lavoro “formale”, costrette a presentare documenti su cui sono indicati un nome ed un sesso in cui non si riconoscono, la cui unica alternativa troppo spesso è il lavoro sessuale.A peggiorare una condizione già precaria arrivano le misure securitarie prese da questo Governo; il “pacchetto sicurezza” che criminalizza gli immigrati e la legge Carfagna sulla prostituzione rendono troppo facili al ricatto ed alla violenza le vite dei soggetti trans.Le persone trans sono stigmatizzate da un sistema psichiatrico che le definisce malate, alimentando quel clima di intolleranza, di violenza e di marginalizzazione, che il dibattito politico delle ultime settimane non fa altro che amplificare.L’ipocrisia totale della Ministra delle Pari Opportunità la riscontriamo poi quando afferma di volere una legge contro l’omofobia che faccia riferimento all’identità di genere, salvo poi presentare un inutile spot in cui alla transfobia non si fa il minimo accenno. La trans-fobia è un problema di ordine sociale, culturale e politico che non può essere affrontato promuovendo una generica “tolleranza” verso il “diverso”. Il suo superamento passa per la rivendicazioni di leggi che tutelino e garantiscano l'identità trans. Solo in questo modo i soggetti trans potranno essere al riparo dalla violenza del sistema, non solo all’interno dell’ipocrita casa del Grande Fratello, ma per strada a qualunque ora del giorno e, soprattutto, nella notte.

giovedì 19 novembre 2009

Cgil, se vale tutto e il suo contrario

di Giorgio Cremaschi*
Ma davvero è indifferente per i lavoratori se il salario dei contratti nazionali ha una decorrenza di due oppure di tre anni? Davvero siamo arrivati a questa superficialità e insensibilità sulle retribuzioni dei lavoratori?

E' bene ricordare che il contratto nazionale una volta effettivamente durava tre anni. C'era però una piccola differenza, assieme al contratto nazionale c'era la scala mobile. Per cui anche se il contratto nazionale durava più a lungo o non garantiva il salario dagli improvvisi aumenti dei prezzi, c'era un meccanismo automatico di tutela delle retribuzioni. Che fu abolito il 31 luglio del 1992. Proprio a compensazione di quel disastroso accordo l'anno successivo, nel luglio del '93, fu sottoscritta un'intesa che stabiliva un nuovo regime contrattuale, dove la durata dei contratti veniva accorciata a due anni per la parte salariale. Il ragionamento fatto da noti salarialisti, come l'allora presidente del Consiglio Ciampi, era che se si toglieva la garanzia automatica dei salari rispetto all'inflazione, la durata dei contratti doveva essere più breve di prima proprio per evitare che tutto il rischio salariale si scaricasse sui lavoratori.
Quel sistema ha comunque compresso i salari perché li ha vincolati per lungo tempo all'inflazione programmata a livello nazionale e alla flessibilità a livello aziendale. Tuttavia l'accordo separato di quest'anno tra Confindustria, Governo, Cisl e Uil, è riuscito persino a peggiorare l'intesa del '93 perché ha semplicemente allungato i tempi del contratto senza aggiungere alcuna garanzia. Fin qui tutto chiaro, in questo giudizio sta una delle motivazioni del no della Cgil all'accordo sottoscritto dagli altri.
Tuttavia a questo punto stiamo assistendo a una serie di eventi che contraddicono proprio questo giudizio. Tutte le categorie della Cgil, esclusa la Fiom, hanno sinora presentato piattaforme su tre anni e, quelle che hanno sottoscritto accordi, non hanno inserito nel testo alcuna garanzia di recupero automatico dei salari come compensazione del contratto più lungo. Nella sostanza hanno accettato l'impostazione salariale della Confindustria, di Cisl e Uil. Da ultima la Fillea-Cgil, nel settore industriale del legno, si prepara addirittura da sola a disdettare il contratto normativo che dura due anni e che scade nel marzo del 2012, per passare al sistema salariale e normativo di tre, quello che nei metalmeccanici hanno fatto Fim e Uilm.
Inoltre, non c'è una sola categoria, a parte la Fiom, che nei contratti in corso rivendichi e pratichi il referendum tra le lavoratrici e i lavoratori. Questo sia quando le piattaforme sono unitarie, sia quando sono separate.
Naturalmente nelle sedi ufficiali della Cgil la cosa non suscita particolare discussione, hanno ragione i meccanici che lottano contro l'accordo separato e difendono i due anni, e anche quelle altre categorie che fanno accordi e piattaforme che già entrano nel nuovo sistema. Ha ragione la Fiom che considera discriminante nei rapporti unitari la democrazia sindacale, ma anche tutti coloro che invece la considerano meno importante dell'unità. Hanno ragione tutti quelli che fanno il contrario di tutti, viva la libertà.
Sarebbe questa un'intelligente tattica di depistaggio della Confindustria e del governo, se non corresse il rischio di mettere in confusione proprio le lavoratrici e i lavoratori più esposti sul fronte della lotta e dei contratti. Le poche volte che vanno in assemblea, i rappresentanti della Fim e della Uilm usano un solo argomento per contrastare la Fiom, visto che tutti gli altri sono indigeribili dai lavoratori: la Fiom fa una cosa e la Cgil e tutte le altre categorie un'altra. La Fiom è antiunitaria, mentre le altre categorie della Cgil no.
Mi si chiederà, ma c'è stata una discussione in Cgil su che linea affrontare per i contratti, come comportarsi, che strategie assumere? No. Una vera discussione, di quelle che si facevano una volta, nelle quali magari si aveva il coraggio di scontrarsi su posizioni contrattuali diverse, tutto questo non c'è stato. Eppure non stiamo parlando di accordi a sé stanti, ma di sistema contrattuale. Non stiamo parlando di un solo contratto, ma di come dovrebbero o dovranno essere i contratti nei prossimi dieci anni. E' chiaro che su questo piano le scelte degli uni inevitabilmente riguardano, aiutano, o danneggiano tutti gli altri.
E' per questo che, meglio tardi che mai, è necessario usare il congresso per fare un'operazione che dovrebbe essere scontata e che invece da tempo non si fa. Discutere della contrattazione sindacale, delle sue linee guida e delle scelte da compiere, delle regole effettive di democrazia sindacale che si vogliono adottare. Definire dei punti e delle pratiche comuni per misurarsi con le controparti e anche con gli altri sindacati, adottare tutti lo stesso atteggiamento di fronte all'accordo separato. Questa è confederalità. Quella che manca oggi alla Cgil.

Liberazione 18/11/2009

*FIOM - Rete 28 Aprile